Centro di gravità permanente

Come in una punizione a due nel calcio: questo primo testo non tira in porta, sposta soltanto il pallone.
C’è un centro di cui si parla troppo, e un centro di cui non si parla abbastanza.
Il primo è quello politico: lo spazio mediano che a ogni ciclo elettorale qualcuno promette di occupare finalmente. È un’araba fenice — tutti la citano, nessuno l’ha mai vista, men che meno in un tempo di radicalismi e contrapposizioni come il nostro.
È un centro-luogo: una casella sulla mappa, una posizione da conquistare o da difendere. Ogni volta che qualcuno annuncia di averlo trovato, la storia elettorale italiana degli ultimi trent’anni si incarica puntualmente di smentirlo.
Il secondo centro non sta su nessuna mappa.
Battiato lo cercava in una canzone diventata quasi un proverbio laico — un centro di gravità permanente, appunto — e non lo trovò mai del tutto, perché non è un posto dove arrivare e restare.
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È piuttosto ciò che permette di non essere sradicati mentre tutto, intorno, si muove: una postura, non una posizione.
Il centro come luogo dell’anima non si conquista e non si amministra. Si coltiva, si perde, si ritrova — spesso proprio ai margini di tutto ciò che si definisce “centrale”.
Ed è qui che affiora, appena, il de-centro: non come periferia da consolare, ma come punto da cui guardare il centro senza esserne prigionieri. A volte la primavera comincia così, con una rondine che non fa ancora stagione, ma ne annuncia la direzione.
È da questa distinzione che nasce il testo più lungo che seguirà: Il seme sotto la neve. L’esperienza di Demos e la lista che verrà.
Una riflessione su una piccola esperienza civica e cristiano-sociale nata anche a Verona e su ciò che può nascere quando una sigla accetta di non essere più il punto d’arrivo.
Non una casacca da indossare. Un pozzo a cui attingere.


