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Albicokka
la geopolitica vista dal basso
ELZEVIRO CIVILE — VERONA

Il seme sotto la neve

L’esperienza di Demos e la lista Comunitaria
Secondo capitolo dopo Centro di gravità permanente
Tiro verso la porta

Nel primo testo abbiamo solo spostato il pallone. Qui si prova a tirare. Segnerà, non segnerà, chi lo sa. Ma una cosa è certa: il tiro non nasce nel momento in cui parte. Nasce assai prima, negli allenamenti, nella fiducia tra chi passa e chi riceve, nella capacità di riconoscere quando è arrivato il momento di assumersi il rischio.

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Questo testo parte da Demos — piccola esperienza civica e cristiano-sociale nata anche a Verona — ma prova a guardare il lavoro che le sta sotto: relazioni, competenze, pazienza, tentativi, errori, fedeltà. Non la sigla come approdo, dunque, ma ciò che in questi anni ha continuato a muoversi sotto la superficie.

Il primo capitolo aveva distinto il centro politico, sempre promesso e quasi mai trovato, da un centro più profondo: ciò che permette di non essere sradicati mentre tutto si muove. Qui si riparte da lì. Non per cercare una nuova casella sulla mappa, ma per capire dove possa nascere una comunità capace di reggere.

A Verona quella comunità non nasce dal centro che si contempla allo specchio. Nasce dal de-centro: quartieri, relazioni laterali, competenze cresciute senza riflettori, sguardi maturati fuori dal salotto buono. Non è marginalità romantica; è un punto di osservazione più libero.

Perché si parte

C’è chi entra in politica per una convenienza — di immagine, economica, di ruolo — e chi parte senza sapere cosa guadagnerà. Il primo calcola una traiettoria. Il secondo ha bisogno di un centro di gravità, perché non ha altro a cui aggrapparsi.

Padre Silvano Nicoletto, veronese, oggi superiore generale della Congregazione degli Stimmatini, lo chiama accettare il rischio dell’improbabile: non fede nonostante l’esito incerto, ma fede che include l’incertezza come condizione. Il criterio non è “ha funzionato?”, ma “era il gesto giusto?”. È la stessa logica del pozzo di Sicar: uno straniero chiede da bere a chi nessuno guardava, senza sapere se otterrà risposta. Il successo, in questa logica, sta già nell’incontro, non in un risultato che verrà dopo a certificarlo.

Per questo c’è una differenza netta tra essere una persona di successo ed essere una persona che pensa con successo. La prima si misura da fuori; la seconda solo dalla coerenza tra pensiero e gesto, mentre affronta l’incerto.

L’Europa non è un’opinione, è un fatto

Nel 1941, confinati su un’isola, senza potere né garanzie, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivono il Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita. Eugenio Colorni ne firma la prefazione. Ursula Hirschmann porta le pagine fuori dall’isola e contribuisce a fondare il Movimento Federalista Europeo. Nessuno di loro aveva nulla da guadagnare, eppure scrissero come se l’Europa unita fosse già vera: accettarono il rischio dell’improbabile prima che qualcuno gli desse questo nome.

La loro intuizione era il rifiuto del nazionalismo come falso centro: un ordine apparente che promette protezione, ma restringe la comunità fino a trasformarla in confine. È un passaggio che parla anche al presente. Oggi un’altra illusione d’ordine è il centrismo elettorale, quando si limita a cercare una posizione mediana senza ricostruire legami reali. In entrambi i casi il centro proposto rischia di nascondere l’assenza di comunità vera.

L’Europa è la prova storica che una comunità politica può nascere fuori dai confini dati, immaginata non dall’alto ma da chi era ai margini di ogni potere. È lo stesso movimento, su scala diversa, di cui parliamo quando parliamo di Verona: il discorso è glocale, perché le stesse fratture attraversano il quartiere e il continente.

Nomi meno logori

Forse le persone che gravitano intorno a questa esperienza meritano nomi meno logori di quelli con cui la politica etichetta se stessa.

Non “partito”, ma il Pozzo: non il punto d’arrivo da difendere, ma il punto di partenza da cui si scende ad attingere, a cui chi ha sete può tornare senza dover dimostrare nulla in anticipo.

Non “aggregazione”, ma Convocazione: non un contenitore da riempire con adesioni, ma una chiamata a raccolta che ciascuno accoglie liberamente, senza tessera né bando.

E non genericamente “centrosinistra a Verona”, ma la Rete: la trama già esistente di relazioni e comunità che a Verona vive anche quando non si riconosce in nessuna sigla.

Il de-centro non è il contrario del centro: è il suo esame di realtà. Costringe ogni discorso politico a chiedersi da dove guarda, chi ascolta, chi lascia fuori.

A Verona, in concreto, questa esperienza è anche un Vivaio: non una vetrina, ma il luogo dove le competenze crescono lente, prima di essere viste. Nonostante una presenza pubblica sporadica e una campagna elettorale avventurosa, Demos ha costruito un assetto solido e competenze amministrative sul campo tutt’altro che scontate. Il suo valore aggiunto non sta solo in ciò che sa fare, ma nell’essere rimasta unita nonostante la scarsa considerazione riservata al gruppo dall’amministrazione e dalla stampa locale. Non è un dettaglio minore.

L’immagine patinata e il pozzo

C’è un modello di legittimazione, oggi molto praticato anche a Verona, che funziona per accreditamento: l’evento glamour, l’immagine patinata, tutto ciò che ha bisogno di un ente preposto — l’università, la diocesi, la giunta — che lo certifichi prima ancora che accada.

È lo stesso paternalismo che decide la mobilità cittadina senza ascoltare la città reale, che fa comparire un inceneritore come dal cilindro, che sacrifica i quartieri a soluzioni pensate altrove. Applicato all’immagine, quel paternalismo è ancora più selettivo: passa solo chi è già presentabile. Chi vive ai margini non ha quasi mai un’immagine patinata da offrire, e resta fuori da un sistema che premia la superficie prima ancora di guardare la sostanza.

Il pozzo di Sicar capovolge questa logica: non chiede alla donna di dimostrare di valere prima di essere ascoltata. Chiede da bere, e basta. Lascia che il valore si mostri dopo — o non si mostri affatto. E va bene lo stesso.

Una pace senza paraocchi ideologici

Lo stesso principio personalista, se preso sul serio, non si ferma ai confini di Verona. Chi si commuove per le vittime a Kiev e resta muto su quelle di Gaza — o il contrario — non sta facendo pace: sta scegliendo una bandiera sotto cui far contare il dolore.

Una politica personalista non misura il valore di una vita dalla parte in cui è nata, né la difende solo quando è compatibile con il proprio campo. La difende comunque, senza selezionare la propria compassione secondo lo schieramento a cui somiglia di più.

Il seme sotto la neve

Sono quattro anni che questa esperienza pazienta così, come il seme sotto la neve di Silone: non si vede, non ha fretta di dimostrare, prepara sotto la superficie ciò che diventerà. Chi ha orecchio biblico riconoscerà anche l’eco del chicco di grano che, se non muore, resta solo; e se muore, porta frutto.

Anche qui la metafora calcistica torna utile, purché non diventi folklore. Una punizione a due sembra un’invenzione dell’istante, ma riesce solo se qualcuno l’ha provata molte volte prima. Il gesto sorprende chi guarda, non chi lo ha preparato. Dietro l’apparente improvvisazione ci sono allenamenti, ruoli, fiducia reciproca, un allenatore che non tira al posto dei giocatori ma li mette nelle condizioni di riconoscere il momento giusto.

Anche una comunità politica funziona così. Non basta trovare chi “calcia” al momento decisivo; bisogna avere costruito prima il campo, il linguaggio, l’intesa, la pazienza. Il tiro può entrare o uscire, questo nessuno lo sa. Ma senza allenamento non è nemmeno un tiro: è solo velleità.

E il de-centro è anche questo: il luogo dove ci si allena senza applausi, dove le relazioni si provano prima di essere esibite, dove la politica impara a non dipendere dal riflettore. Non è il retrobottega della città; è il campo laterale in cui una comunità misura se stessa prima della partita.

Non è chiamata a sopravvivere come sigla, ma forse a morire come seme perché nasca altro: quella lista che verrà, se verrà, e che avrà certamente un nome, ma non ancora un nome deciso dall’alto. Non per debolezza, e non per mancanza di idee: perché un nome calato da pochi e annunciato agli altri tradirebbe il metodo stesso di cui parliamo fin qui.

Un nome così dovrà nascere da una comunione, non da un ufficio stampa. Arriverà quando arriverà, deciso da chi, nella Rete e nella Convocazione, riconoscerà in quel frutto qualcosa di proprio.

Ma le competenze costruite in questi anni, la tenuta di un gruppo che ha retto nonostante l’indifferenza di chi conta, dicono già una cosa: il seme non è rimasto sotto la neve invano.

Chi ha riconosciuto qualcosa di proprio in queste righe — nella Rete, in una parrocchia, in un comitato di quartiere, in una solitudine che cerca una voce sorella — non ha bisogno di un bando per farsi vivo.

Il Pozzo è già aperto: basta scendere, chiedere da bere, e vedere se la sete è la stessa.

Non persone di successo. Persone che pensano con successo.

Il resto viene dopo. O non viene affatto. E va bene lo stesso.

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Angelo Jasmeno
Autore & Creatore di Contenuti
 
 
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