Le periferie come specchio delle fragilità della città europea

«Un bambino, indipendentemente da dove nasce e da chi sono i suoi genitori, dovrebbe avere la possibilità di realizzare il proprio potenziale».
Joseph Stiglitz — Università di Macao, 2014
Le periferie europee vengono spesso raccontate come luoghi problematici, segnati dalla carenza di servizi, dalle difficoltà scolastiche e dalla mancanza di prospettive per i giovani. Ma forse è più corretto considerarle come gli spazi in cui diventano maggiormente visibili disuguaglianze che riguardano l’intera società.
Casa e scuola: due aspetti della stessa fragilità
Le vicende recenti di Spagna e Francia mostrano due aspetti della stessa fragilità. In Spagna, la crisi abitativa rende sempre più difficile per i giovani conquistare l’autonomia: nel 2025, il 44,3% degli spagnoli tra i 26 e i 34 anni viveva ancora con i genitori. In Francia, le proteste degli studenti delle periferie hanno portato all’attenzione pubblica le difficoltà delle scuole, il degrado degli edifici e l’incertezza sul futuro.
Casa e istruzione sembrano problemi diversi, ma hanno un elemento comune: le opportunità di costruirsi una vita autonoma dipendono sempre più dalle condizioni economiche della famiglia e dal territorio in cui si cresce.
Chi può permettersi un futuro a Verona?
È una questione che riguarda anche Verona. La Caritas veronese segnala che il 17% delle persone incontrate dai suoi Centri di ascolto presenta principalmente problemi abitativi. Le difficoltà di accesso agli affitti, soprattutto per i giovani e per chi dispone di redditi limitati, pongono una domanda fondamentale: chi può realmente permettersi di vivere e costruire il proprio futuro nella città?
Gli interventi come Verona Abita Giovane e le nuove disponibilità di alloggi per studenti rappresentano risposte importanti. Al tempo stesso, mostrano quanto l’accesso alla casa sia diventato un elemento decisivo per l’autonomia personale e per la partecipazione alla vita urbana.
Per comprendere la portata di questo problema è utile il pensiero del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che in The Price of Inequality (Il prezzo della disuguaglianza) mette in discussione l’idea che le differenze sociali siano semplicemente il risultato del merito individuale. Quando le risorse economiche sono distribuite in modo diseguale, anche le opportunità tendono a esserlo: chi nasce in una famiglia benestante può contare su maggiori possibilità di scelta, mentre chi dispone di meno risorse incontra ostacoli più difficili da superare.
Nel suo ragionamento sulla mobilità sociale, Stiglitz sottolinea quanto le prospettive di un giovane siano condizionate dal reddito e dall’istruzione dei genitori, più di quanto dovrebbe accadere in una società capace di garantire pari opportunità. Il punto è che la disuguaglianza non riguarda soltanto quanto si possiede, ma anche ciò che si può diventare.
Una città attrattiva è anche una città accessibile?
Applicata a Verona, questa riflessione porta a guardare oltre i dati sulla crescita economica, l’attrattività turistica e la qualità degli spazi urbani. Una città può essere dinamica e accogliente per chi la visita, ma diventare difficile da abitare per chi ci studia, ci lavora o desidera mettere su famiglia.
Se il costo della casa limita l’autonomia dei giovani, mentre la disponibilità di servizi e opportunità varia da un quartiere all’altro, il rischio è che le condizioni di partenza finiscano per determinare sempre più anche quelle di arrivo.
La periferia non è soltanto una distanza geografica
In questa prospettiva, la periferia non è soltanto una zona distante dal centro. È il luogo in cui la disuguaglianza economica può trasformarsi in disuguaglianza sociale e territoriale. E non riguarda esclusivamente le aree periferiche: attraversa l’intera città ogni volta che il reddito diventa una condizione per accedere alla casa, all’istruzione, alla mobilità e agli spazi di aggregazione.
La riflessione di Stiglitz invita quindi a chiedersi non soltanto quanta ricchezza produca una città, ma quali opportunità quella ricchezza renda effettivamente accessibili ai suoi abitanti. Le politiche abitative, la qualità della scuola, i trasporti e i servizi di quartiere non sono ambiti separati: concorrono tutti a determinare la libertà concreta delle persone.
La sfida per Verona non è evitare ogni differenza tra quartieri, ma impedire che il luogo in cui si nasce, la famiglia da cui si proviene o il reddito che si possiede condizionino in modo irreversibile il proprio futuro.
Una città non è davvero inclusiva soltanto perché è bella, attrattiva e ricca. Lo è quando offre anche a chi dispone di meno risorse la possibilità concreta di abitarla, parteciparvi e immaginare al suo interno il proprio futuro.
Perché, in fondo, il problema delle periferie non è soltanto la distanza dal centro, ma la distanza dalle opportunità.


