Salpare è una necessità
Mi capita spesso che qualcuno, dopo aver letto una mia riflessione sulla città, una critica a una scelta amministrativa o una proposta sul modo in cui potremmo affrontare il futuro, mi rivolga quella che considera un'obiezione definitiva: "allora candidati tu se sei più bravo!".
Non me ne lamento. È una frase che nasce quasi sempre in buona fede. E tuttavia contiene un equivoco che ci accompagna da anni...
Fatti aiutare...
Vincere? Partecipare!
...L'idea che la partecipazione politica coincida con la conquista di una carica e che l'unico modo legittimo di contribuire alla vita pubblica sia sedersi in un consiglio comunale, in una giunta o in un parlamento è claustrofobica, quasi infantile.
Come se il diritto di osservare, comprendere, raccontare e persino criticare fosse subordinato all'ambizione di governare.
Io non credo sarei un buon candidato. Non ho il talento delle strette di mano, dimentico persino i nomi dei parenti e provo una certa diffidenza per le liturgie del consenso. Eppure la politica mi interessa profondamente. Mi interessa da vecchio socialista perché continuo a credere che il lavoro, la salute, la casa, la dignità delle persone e la solitudine che si annida nei quartieri siano questioni infinitamente più importanti delle carriere di chi pretende di rappresentarle.
Forse per questo ho sempre pensato che la politica assomigliasse meno a un'elezione e più a una navigazione. Le città, del resto, sono mari complessi. Da lontano sembrano immobili, ma sotto la superficie si muovono correnti che pochi vedono.
Cambiano i quartieri, cambiano le generazioni, cambiano le forme del lavoro, cambiano i desideri e le paure. Le città parlano continuamente, ma parlano una lingua difficile e spesso servono anni per comprendere ciò che stanno cercando di dirci. Anche questo, a suo modo, è politica.
Lo è amministrare un ospedale e lo è raccontare una trasformazione sociale. Lo è progettare una strada e lo è comprendere perché una comunità abbia smesso di credere in sé stessa. Lo è governare e lo è osservare e raccontarlo. Lo è decidere e lo è capire.
Negli ultimi decenni abbiamo sviluppato una curiosa venerazione per gli specialisti del comando. Ogni problema sembra richiedere un nuovo capitano. Io invece ho il sospetto che ciò che manchi davvero siano gli equipaggi. Persone capaci di mettere in comune intelligenze, esperienze e sensibilità diverse senza trasformare ogni discussione in una gara per avvicinarsi al Timone.
Per questo quando guardo a Verona non penso tanto alle prossime elezioni quanto alla possibilità di una traversata. Non so se prenderà la forma di un'associazione, di una fondazione o di qualcosa che ancora non ha trovato il proprio nome. So soltanto che vedo molte persone intelligenti e generose restare sulla banchina perché qualcuno le ha convinte che la politica sia un mestiere riservato ai professionisti.
È una perdita enorme. Per la città, per la democrazia e persino per quei professionisti che finiscono così per navigare senza carte nautiche, senza vedette e senza marinai. In fondo quello che sto cercando di fare non è preparare una candidatura.
È contribuire al varo di un'idea, al varo di una nave mercantile grazie alla natura di un Nostromo. Un'idea antica quanto il mare: che una comunità possa ancora organizzarsi, imparare, discutere, progettare e persino sognare senza aspettare che la soluzione arrivi da Roma, da Bruxelles o da qualche algoritmo calato dall'alto.
“Miti nel carattere.”
“Locali nel passo, globali nello sguardo.”
“Una molecola capace di mille approdi”
“Le vedette vengono dai margini”
Un'idea che richiede competenza ma diffida dell'arroganza, che ama l'innovazione ma non disprezza la frugalità, che considera la politica una forma di servizio e non una corsia preferenziale verso una professione alquanto precaria.
Chi ha navigato sa che le vele non guardano tutte nella stessa direzione. Alcune raccolgono il vento, altre stabilizzano la rotta, altre ancora compensano forze che sembrano contrarie. Eppure è proprio da quell'apparente disordine che nasce il movimento. Le grandi traversate non sono il trionfo dell'uniformità ma l'arte difficile dell'armonia. Forse una comunità politca dovrebbe funzionare allo stesso modo, altrochè marketing politico.
Perché una nave non vive grazie al comandante soltanto. Vive grazie a chi conosce il mare, a chi ripara una vela durante la burrasca, a chi legge le stelle nelle notti senza luna e a chi, lassù in cima all'albero maestro, continua a osservare l'orizzonte quando per tutti gli altri esiste ancora soltanto acqua. I porti si raggiungono insieme. Gli orizzonti, invece, li vede per primo chi ha il coraggio di salire più in alto.
Occorre coraggio, imbarcandosi sulla nostra bagnarola, ma credo che sia arrivato il momento di prendere il mare, del resto Ulisse non era un reduce. Era un uomo che il mare aveva trasformato prima ancora di ritrovarsi di nuovo ad Itaca.


