Noi non siamo rumore
C’è una frase di una recente intervista rilasciata dal sindaco Damiano Tommasi che mi è rimasta impressa.
Tommasi dice di avere imparato che esiste una politica diversa da quella che «fa rumore», da quella dei post sui social e dei “like”. Aggiunge che, quando arriva il momento di tracciare una crocetta, scrivere un nome o andare alle urne, ciò che conta è altro.
Capisco il senso della provocazione. Il consenso digitale può essere effimero, i sondaggi possono sbagliare e una campagna sui social non sostituisce il giudizio degli elettori.
È anche vero che governare significa decidere. Non ogni protesta rappresenta un bisogno collettivo e non ogni contestazione può fermare un’opera. Un’amministrazione viene eletta per assumersi responsabilità, compiere scelte e portare a termine ciò che ritiene giusto.
Ma proprio per questo, dentro la parola rumore, vedo un rischio.
Se il voto fosse l’unico momento nel quale la politica diventa reale, tutto ciò che accade tra un’elezione e l’altra avrebbe un valore secondario: le assemblee, i tavoli di lavoro, i partiti, le associazioni, i giornali di comunità, le critiche e il dissenso.
Il ciclo della Democrazia comunale, però, non dura il tempo di una crocetta.
Dura cinque anni.
La crocetta non è l’inizio della politica. È il momento nel quale confluiscono parole, esperienze, conflitti e speranze che avrebbero dovuto trovare ascolto molto prima dell’apertura dei seggi.
Dietro le opere, le vite
Nella stessa intervista il sindaco rivendica filobus, raccolta differenziata, ciclabili e Piano di assetto territoriale come risultati realizzati anziché soltanto annunciati.
Sono opere e scelte che devono essere valutate nel merito. Ma la concretezza non nasce nel silenzio.
Un’opera pubblica diventa concreta perché qualcuno l’ha immaginata, proposta, discussa, contestata e, qualche volta, modificata. Un piano urbanistico riguarda davvero la città quando la città può entrare nella sua definizione, non soltanto quando viene chiamata a prenderne atto.
Anche il dissenso è concreto.
Sono proprio le voci che rischiano di essere liquidate come rumore a ricordarci che dietro ogni infrastruttura esistono corpi, tempi di vita e bisogni differenti.
Nell'intervista (o meglio nella recente batteria di interviste) emerge, per esempio, un’idea di città particolarmente orientata all’attrattività per i giovani: casa, lavoro, ciclabili, filobus, sviluppo economico. Tommasi osserva che i giovani possono voler andare al lavoro senza automobile e che, se abitano in periferia, il filobus potrà aiutarli.
Sono obiettivi legittimi e possono produrre benefici reali. Il problema comincia quando un particolare modello di cittadino viene assunto come se fosse universale.
Il rischio è che la città finisca per essere pensata soprattutto per un corpo giovane, sano, autonomo e fuori dal perimetro della precarietà professionale: una persona che compie un percorso lineare da casa al lavoro, non deve accompagnare questo o quello a calcio o a una visita specialistica, può programmare i propri movimenti e dispone del tempo e delle condizioni materiali e sanitarie per farlo.
Ma esistono anche l’anziano che deve raggiungere l’ospedale cambiando due autobus e la persona con disabilità.
Esiste chi lavora su turni e chi deve assistere un familiare.
Esiste chi non può fisicamente pedalare sull’asfalto rovente nei mesi estivi.
Esiste chi non dispone di spogliatoi o docce nel luogo di lavoro.
Ricordarlo non significa essere contrari alle ciclabili o al filobus. Significa chiedere che la città non venga progettata intorno a una sola esperienza della vita.
Una politica pubblica non si giudica soltanto da ciò che rende possibile. Si giudica anche da chi rischia di lasciare indietro.
La stessa domanda riguarda il modo in cui raccontiamo una comunità.
Quando gli viene chiesto quale simbolo sceglierebbe per questi anni, Tommasi indica Alen Halilovic, il giovane intervenuto per salvare una donna da un’aggressione. Lo presenta come esempio dell’impegno a non voltarsi dall’altra parte, anche quando comporta dei rischi.
È un gesto che merita ammirazione e rispetto. Ma il simbolo scelto per raccontare un’amministrazione non è mai neutrale.
Quando il racconto collettivo viene affidato alla virtù eccezionale del singolo, la commozione può prendere il posto delle domande politiche: quali servizi sono stati costruiti? Quali fragilità sono state protette? Quali diritti sono diventati concretamente accessibili?
Mio nonno, che non ho mai conosciuto, era un panettiere senza fortuna. Durante la guerra regalò molto pane invece di venderlo e aiutò numerose famiglie. Quando si ammalò lui, di aiuto ne trovò poco.
Il primato della politica
La tecnica può dirci che cosa sia possibile realizzare. L’economia può calcolarne il costo. L’amministrazione può stabilire procedure, tempi e strumenti.
Ma nessuna di queste può decidere da sola quali bisogni vengano prima, quali sacrifici siano accettabili e quale disuguaglianza una comunità sia disposta a tollerare.
Questo è il compito della politica.
Il primato della politica non significa il dominio dei partiti sulla società, né il diritto di chi governa a ignorare competenze e vincoli. Significa riconoscere che ogni decisione pubblica contiene una scelta tra interessi, bisogni e idee differenti.
Quando le esigenze entrano in conflitto, il dialogo e il negoziato non sono ostacoli alla decisione. Sono strumenti permanenti della democrazia.
Negoziare non significa rinunciare ai propri principi. Significa sottoporli alla realtà e alle ragioni degli altri. Significa cercare una decisione che non cancelli il conflitto, ma lo renda governabile senza trasformare chi dissente in un nemico, in un disturbo, o in un'entrata fuori tempo.
Il dialogo, però, deve poter cambiare qualcosa. Non può ridursi alla raccolta formale delle opinioni intorno a una decisione già presa.
Ascoltare significa accettare che il confronto possa modificare non soltanto il modo in cui una scelta viene raccontata, ma anche la scelta stessa.
Qui entra in gioco una parola essenziale: laicità.
Laicità non significa assenza di convinzioni. Significa non considerare le proprie convinzioni sacre, indiscutibili o naturalmente superiori a quelle degli altri. Significa lasciare aperta la possibilità dell’errore.
Non è una dichiarazione di debolezza. È la condizione del confronto.
Chi ammette di poter sbagliare ha una ragione per ascoltare, spiegare, correggere e negoziare. Chi si considera depositario del bene non ha più veri interlocutori: ha soltanto persone da convincere, educare o mettere da parte.
La concretezza senza confronto rischia di diventare tecnocrazia.
Il confronto senza decisione rischia di diventare teatro.
Il compito della politica è tenere insieme le due esigenze: ascoltare e scegliere, negoziare e assumersi la responsabilità, decidere senza pretendere di possedere l’ultima parola.
Una vela nella nebbia
Durante un’operazione al cuore da sveglio, un chirurgo mi recitò alcuni versi di Aquí te amo di Pablo Neruda: la nebbia che si scioglie in figure danzanti, un gabbiano d’argento che si stacca dal tramonto.
Penso che la voce di una comunità funzioni allo stesso modo.
Non è sempre visibile. Non finisce sempre sui giornali. Non ha necessariamente la forza di cambiare il vento.
A volte è soltanto una vela lontana che emerge per un istante dalla nebbia. Ma non per questo smette di navigare.
Quando arriverà il momento della crocetta, la scelta durerà pochi secondi. La democrazia, invece, non si esaurisce lì.
Vive nel dialogo, nel conflitto, nel negoziato e nella capacità di ciascuno — anche di chi governa — di pronunciare una frase semplice:
Continueremo a far vivere ciò che qualcuno chiama rumore.
Noi lo chiamiamo politica.
anche soltanto per un momento,


