Il trucco delle mani ferme
Ogni numero di prestidigitazione si compone di tre parti. Il Pegno: si mostra qualcosa di ordinario — una carta, una moneta, un uomo qualunque. La Voltata: quell’oggetto scompare o viene fatto apparire straordinario. Infine, il Prestigio: l’oggetto riappare trasformato e il pubblico applaude, non perché sia accaduto davvero l’impossibile, ma perché nessuno ha visto il passaggio.
Anche la politica conosce questo trucco. Consiste nel prendere un dato ordinario e presentarlo come una qualità straordinaria. Nel nostro caso, la giovinezza.
Il Pegno: essere giovani
Essere giovani, a Verona come altrove, è un fatto anagrafico. Non richiede merito, sforzo, coraggio o una particolare visione del mondo. Accade e basta.
Il problema non è che i giovani entrino in politica, chiedano spazio o pretendano un ricambio. Una democrazia incapace di rinnovare la propria classe dirigente finisce inevitabilmente per impoverirsi. Il problema nasce quando la giovinezza smette di essere una condizione biografica e viene trasformata in una credenziale politica.
Non si dice più soltanto «siamo giovani». Si lascia intendere: dunque siamo più capaci, più liberi, più onesti, più moderni e meno compromessi con gli errori di chi è venuto prima. Come se l’età possedesse una forza assolutoria. Come se bastasse arrivare dopo per essere innocenti.
È qui che comincia la Voltata.
La Voltata: dipingere se stessi
Il dato anagrafico scompare dentro la scatola della comunicazione: fotografie di gruppo, slogan sul futuro, liste “dei giovani”, promesse di energie nuove che raramente precisano nuove per fare cosa. Quando riappare, l’età non è più un semplice dato. È diventata una virtù.
Ma non è avvenuta alcuna trasformazione. L’anagrafe è rimasta anagrafe. È cambiata soltanto l’etichetta.
La giovinezza può accompagnarsi alla competenza, al coraggio, all’indipendenza e alla capacità di innovare. Non li garantisce. Allo stesso modo, l’esperienza può produrre conoscenza, ma non assicura né lungimiranza né rettitudine. L’età, da sola, non assolve e non condanna nessuno.
Il trucco consiste allora nell’arte di dipingere se stessi e caricaturare gli altri. Il nuovo si rappresenta come luminoso, innocente e inevitabile; ciò che lo precede viene ridotto a una figura stanca, impacciata, incapace di comprendere il presente. La complessità sparisce. Restano un autoritratto idealizzato e una caricatura dell’avversario.
È una tecnica efficace perché sostituisce il confronto politico con una gerarchia morale: da una parte chi sarebbe nuovo per nascita, dall’altra chi sarebbe vecchio per definizione. Ma il calendario non è un programma e la data di nascita non costituisce una teoria della città.
Il Prestigio mancato
Il terzo atto dovrebbe arrivare quando si accendono le luci e l’oggetto trasformato viene mostrato da vicino. In politica, quel momento dovrebbe avere la forma di un programma, di una scelta riconoscibile e di una posizione assunta davanti a un conflitto reale.
Quale città si vuole costruire?
Quali interessi si intendono rappresentare?
Quali priorità si vogliono modificare?
Quali responsabilità si è disposti ad assumere quando occorrerà scegliere?
È qui che il trucco, spesso, si interrompe. Le luci si accendono e sotto il fazzoletto non compare nulla di diverso da ciò che era stato mostrato all’inizio: un dato anagrafico rivestito di aggettivi.
Il passaggio generazionale, da solo, non è un cambio di paradigma. La letteratura e il cinema lo hanno raccontato molte volte. Nel Gattopardo, il cambiamento degli uomini permette alla struttura del potere di conservarsi. In Novecento di Bernardo Bertolucci, Alfredo Berlinghieri eredita il mondo del padre insieme alla posizione sociale che lo sostiene: cambia l’uomo al comando, non il rapporto sul quale quel comando si fonda. Nel Padrino, Michael Corleone appartiene a una generazione diversa e sembra destinato a una vita differente, ma finisce per assumere e perfezionare il potere ricevuto.
senza interromperne la storia.
Nuovo, quindi, non è chi arriva dopo. Nuovo è chi modifica una priorità, rompe un automatismo, rappresenta un interesse rimasto escluso o rende visibile un conflitto che altri preferivano non nominare. Altrimenti cambiano i volti, ma resta la scena.
Governare per partenogenesi
C’è un’illusione ancora più profonda: quella di una classe dirigente che si racconta come se si fosse generata da sola. Senza precedenti, senza maestri, senza contesti, senza influenze. Una sorta di partenogenesi politica nella quale il potere nascerebbe già nuovo, libero da ogni storia, soltanto perché è affidato a persone più giovani.
Ma nessuno governa per partenogenesi. Ogni amministratore entra in istituzioni già formate, eredita problemi, linguaggi, equilibri, procedure e culture politiche. Il punto non è negare questa eredità, che è inevitabile. Il punto è dichiarare che cosa si intenda conservarne, che cosa correggerne e che cosa interromperne.
La pretesa di essersi generati da soli evita proprio questa domanda. Permette di presentare il comando come una legittimazione sufficiente: siamo arrivati, dunque rappresentiamo il nuovo; governiamo, dunque il cambiamento è già avvenuto.
È qui che il comando rischia di smettere di essere uno strumento e di trasformarsi nel fine. Non si governa più per realizzare una visione riconoscibile: si esibisce il fatto stesso di governare come dimostrazione di capacità, modernità e successo.
Il Dorian Gray del racconto
Dorian Gray è il volto che rimane giovane mentre il ritratto, nascosto, registra ciò che il volto non vuole mostrare. La metafora politica non riguarda colpe segrete o condotte illecite. Riguarda il rapporto tra l’immagine che una classe dirigente costruisce di sé e la realtà delle scelte che compie.
All’inizio il giovane volto promette discontinuità. Si presenta come libero dalle abitudini del passato, estraneo alle sue rigidità e capace di introdurre un linguaggio diverso. Ma, una decisione dopo l’altra, può finire per assomigliare sempre di più proprio al modello dal quale dichiarava di volersi distinguere.
Il rischio non è che qualcuno manovri necessariamente il giovane da una stanza nascosta. Il rischio più interessante, e forse più umano, è un altro: che sia il giovane stesso a interiorizzare il comando, i suoi riflessi e le sue liturgie, fino a diventare il Dorian Gray del proprio racconto.
Il volto continua a dichiararsi nuovo. Il modo di concepire il potere, invece, invecchia rapidamente. La critica viene scambiata per ostilità, il dissenso per slealtà, l’efficienza per visione, la visibilità per consenso. Ciò che doveva essere una rottura diventa una variante più giovane della continuità.
È la forma più raffinata del ricambio senza cambiamento. Non perché tutto resti identico, ma perché l’innovazione promessa si riduce progressivamente allo stile, al linguaggio e alla messa in scena.
Il volto si muove. Le mani, però, restano ferme.
Chi resta e chi parte
C’è poi un paradosso che molte città italiane, non soltanto Verona, conoscono bene. Mentre alcuni giovani possono presentare come prova di valore il fatto di essere già entrati nei circuiti locali, molti altri devono partire per mettere davvero alla prova il proprio talento.
Non sempre perché manchino capacità o ambizione. Nei contesti di dimensioni contenute pesano inevitabilmente anche la conoscenza reciproca, la reputazione costruita nel tempo, la familiarità con gli ambienti e la capacità di essere riconosciuti da chi già vi opera.
È il mondo raccontato da Pietro Germi in Signore & signori: una provincia ordinata in superficie, attraversata da codici sociali, appartenenze e riconoscimenti reciproci. Non occorre immaginare complotti. Basta osservare quanto sia difficile, per chi non è già leggibile dal sistema, ottenere la prima occasione nella quale dimostrare ciò che vale.
In un contesto simile, restare non è necessariamente una prova di merito, così come partire non è una sconfitta. A volte resta chi ha già trovato un posto nel racconto della città. Parte chi, per essere riconosciuto, deve prima diventare visibile altrove.
Per questo una politica davvero nuova non dovrebbe limitarsi a mostrare volti giovani. Dovrebbe costruire una città nella quale un giovane di talento possa restare senza dover essere già conosciuto, già classificato o già incluso.
Altrimenti la giovinezza celebrata sul palco finisce per rappresentare soltanto quella che ha trovato accesso al palco.
Guardare le mani
Il compito di elettori, stampa e cittadini non è impedire il numero. È guardare le mani, anziché lasciarsi distrarre dal volto sorridente sopra il tavolo.
Guardare le mani significa chiedere che cosa ci sia oltre l’anagrafe: qual è il programma, quale conflitto si è disposti a nominare, quale interesse si intende rappresentare, quale priorità si è disposti a modificare, quali decisioni verranno prese e chi ne risponderà.
Significa anche chiedere quale idea del comando stia emergendo. Il potere viene considerato uno strumento temporaneo, esposto alla critica e orientato a un risultato? Oppure diventa una condizione identitaria, una conferma permanente della bontà di chi lo esercita?
Sono domande meno seducenti di una fotografia di gruppo e meno immediate di uno slogan generazionale. Ma sono le sole capaci di distinguere il ricambio dalla semplice successione e l’amministrazione dalla sua rappresentazione.
Essere giovani può spiegare da dove si viene. Non dice dove si vuole andare, quale città si voglia costruire o quale rapporto si intenda avere con chi non applaude.
Se, tolto il fazzoletto, la risposta è ancora e soltanto «siamo giovani», «siamo nuovi» oppure «ora comandiamo noi», allora il numero è finito prima di cominciare.
È un Pegno che non ha mai smesso di essere ciò che era.


